martedì 14 marzo 2017

25 marzo 2017 - contro l'Europa della finanza - morto il gatto i topi ballano

In occasione del sessantesimo anniversario del trattato istitutivo della Comunità Economica Europea la sinistra si presenta ancora frazionata, sempre più frazionata. Eppure per qualche decennio il processo di cooperazione europea non ha impedito uno sviluppo, per certi versi impetuoso, sia delle capacità produttive della società, che del livello di vita medio delle persone. Che cosa è accaduto, quale catastrofe si è abbattuta sull'Europa (e sul mondo, o, almeno in una parte del mondo, o sulla maggior parte del mondo, ma nella misura più eclatante proprio sull'Europa)?
Ad uno sguardo comune, non accecato dalla ideologia, dal pensiero desiderante, o dal volgare interesse monetario, cioè dalla menzogna, la risposta è immediata e banale: il crollo dell'URSS, quali che siano le cause che hanno condotto a questo esito. Eppure TUTTO IL MONDO DELLA "SINISTRA", almeno di quella italiana, si rifiuta di partire da questa banale constatazione, per tentare di progettare di nuovo il futuro.
Se poi, chi si propone sul "mercato politico" pretende di richiamarsi al comunismo, e contemporaneamente si mette alla testa dei detrattori radicali del comunismo reale, non può che essere un mentecatto, che giustamente verrà ignorato e deriso dai risultati raggiunti, prima ancora che dagli avversari.
In questo campo particolarmente patetici sono i miei amici trotzkisti, che hanno sempre sbagliato tutto, che non hanno mai fatto una rivoluzione, ma che per stupidità o per ingenuità, o per interesse, continuano a vedere rivoluzioni dappertutto, e a segare le gambe a chi lavora per costruire una vera alternativa. Come se non bastassero i problemi veri.
Nel nostro caso, come se non bastassero, appunto, due diverse manifestazioni della sinistra a Roma per contestare il "neoliberismo reale" con gli orrori che sempre più ammorbano la vita di grandi masse, la Sinistra auto-nominata anticapitalista si scinde ulteriormente, mettendosi a mordere le caviglie di coloro che saranno in manifestazione.
Per giustificare la loro mossa pubblicano una specie di manifesto a questo indirizzo:
Di fronte a questo ho sentito il dovere di scacciare la voglia di mandare tutti al diavolo, impegnandomi a scrivere qualche osservazione sparsa di commento a questo documento.
Purtroppo per il lettore volenteroso, non si tratta di Facebook, per cui è consigliabile leggere PRIMA il testo linkato, e poi il commento che si trova qui.
Anche se credo che qualcosa, o molto, si possa capire anche leggendo solo il mio scritto.

Partiamo dalla citazione di un passo del "manifesto" di Sinistra Anticapitalista (come tutte le citazioni letterali posta in carattere corsivo) per poi ripercorrere man mano i passi più significativi del testo in esame:

la necessità che un governo di sinistra abbia il coraggio di disobbedire alle ingiunzioni delle autorità e dei trattati europei. Questo deve essere accompagnato da una mobilitazione popolare incoraggiata dal governo e da una serie di misure forti: organizzare un audit del debito con la partecipazione dei cittadini, approntare misure di controllo dei movimenti dei capitali, socializzare il settore finanziario e il settore dell’energia, riformare radicalmente la fiscalità… . E, sicuramente, assumere l’inevitabile dibattito sulla zona euro, di cui l’uscita è un’opzione che deve essere difesa almeno in alcuni paesi

Bellissimo, meraviglioso.
Mi ricorda il dibattito in un imprecisato comune in un tempo imprecisato, dove il Consiglio Comunale, su proposta del Sindaco, deliberò:

Punto uno: costruiremo un nuovo Municipio sul luogo dove sorge il vecchio
Punto due: in attesa del nuovo Municipio continueremo ad usare il vecchio

In questo caso mi piacerebbe sapere come si fa a - “disobbedire a i trattati” “approntare misure di controllo dei movimenti di capitali” “socializzare il settore finanziario” “riformare la fiscalità” “optare [eventualmente] per l'uscita dall'euro” - senza avere recuperato la sovranità nazionale. Evento tassativamente escluso nel titolo sotto la fatwa intitolata “scorciatoie nazionaliste”.
Ridicolo, sempre che non si tratti di altro.
Difatti subito dopo arriva la diretta auto-smentita: “solo forti misure sovrane e unilaterali di autodifesa permetteranno alle autorità nazionali e ai popoli che le hanno elette di mettere in campo questa rottura e di dare una prima risposta al problema del debito illegittimo per rompere con l’austerità”.

Passiamo ai “cinque obiettivi fondamentali” del nemico-Troika, e precisamente al quinto:
“Rafforzare su scala europea (tanto a livello di Ue quanto di ciascun stato membro) le forme autoritarie di governo senza ricorrere direttamente a nuove esperienze di tipo fascista, nazista, franchista, salazarista o tipo regime dei colonnelli greci”
Il punto ignora tranquillamente che siamo una colonia americana, come dimostra il caso dell'Ucraina: la bamboccia Merkel credeva di averla in pugno, tanto da dare solennemente e pubblicamente il via libera al suo pugile per concludere il Putsch di Piazza Indipendenza a Kiev [nota come Piazza Maidan, solo che così si dice, senza saperlo, Piazza Piazza], il 17 febbraio del 2014. Si era solo scordata degli americani, che nella notte tra il 19 e il 20 febbraio hanno fatto entrare in scena in forze i nazifascisti (oltre che, secondo Franco Fracassi, il probabile intervento diretto di contractors americani): se occorre i fascisti sono sempre pronti. E hanno sfilato di mano l'Ucraina alla Merkel. E la Germania continua a pagare caro questo scherzetto tentato verso i padroni USA.
E in Grecia? Possibile che nessuno in Italia abbia “notato” che la stessa alta funzionaria americana protagonista del golpe ucraino, ha fatto una visitina a Tsipras, in attesa del famoso referendum. E sì che ci fu un comunicato ufficiale del Dipartimento di stato americano che spiegava per filo e per segno gli scopi della visitina. Naturalmente il comunicato era scritto in impeccabile linguaggio diplomatico, ma il senso era perfettamente chiaro. Ebbene, cercando con Google in italiano, di quella visita non si trova quasi traccia (io almeno una vera traccia non l'ho trovata). Cercando in altra lingua, lo stesso Google traboccava di articoli che davano per scontata la minaccia diretta americana di un golpe cruento contro Tsipras.. Ma, come noto, non si vede mai quel che non si vuol vedere, e non si sa mai quel che non si vuol sapere.

Comunque anche il documento di Sinistra Anticapitalista arriva al punto che si può ben condividere:

“rafforzare il campo delle forze che non hanno alcuna illusione sull’Ue e la zona euro e che si pongono un’autentica prospettiva ecosocialista di rottura con l’Ue così come è costituita. Bisogna partire dalla constatazione che l’Ue e la zona euro non sono riformabili.” Difatti. E allora perché non schierarsi con il secondo corteo previsto per il 25 marzo?

Ma no, si è capito male. Si è sottovalutato il così come è costituita!
Difatti poi la suonata cambia: “Certamente, all’inizio, tutta una serie di misure dovranno e potranno essere prese su scala europea per rilanciare l’economia, ridurre l’ingiustizia sociale, rendere sostenibile il rimborso del debito e ridare ossigeno alla democrazia.”

Quindi l'Europa è riformabile!

Incredibile ma vero: come la storia del Municipio: buttiamolo giù ma stiamoci dentro! Ecco qua: “Si impone una prima conclusione: senza prendere delle forti misure sovrane e unilaterali di autodifesa, le autorità nazionali e i popoli che le hanno delegate per rompere con l’austerità non potranno porre fine alla violazione dei diritti umani perpetrata su richiesta dei creditori e delle grandi imprese private.”

Ma come si può cambiare se: “Per ottenere ciò, occorrerebbero delle vittorie elettorali simultanee nei principali paesi così come in molti paesi della periferia.”

Ecco che si ripropone il vecchio dilemma: Si dovrà staccare dall'Europa un solo paese [ricordi la diatriba: il socialismo in un solo paese o la rivoluzione in tutto il mondo]?
Non sia mai detto: “Così come in passato, è necessario adottare una strategia internazionalista e spingere ad un’integrazione europea dei popoli opposta al perseguimento dell’integrazione attuale che è totalmente dominata dagli interessi del grande capitale.”
Ci siamo con la soluzione? Come allora ci voleva la rivoluzione permanente che non arriva mai, ora ci sarà “l'integrazione europea dei popoli che non arriva mai? Naturalmente, verrebbe da dire. Manca solo un elemento: un colpevole. Anzi: IL colpevole: “Se Syriza avesse adottato una strategia corretta, ci sarebbe potuto essere nel 2015 una svolta decisiva”. Ma come: non si era detto che è impossibile?

Ed ecco che si svela l'arcano:
“Dieci proposte per non riprodurre la capitolazione che abbiamo conosciuto in Grecia”.

Prima proposta: Disobbedire [per caso sono ancora in Rifondazione con Ferrero?]
Secondo punto [non è più una proposta?] Tsipras ha tradito la volontà popolare: non ha mobilitato la piazza [ricordare la Nuland! Allungare l'elenco di chi ha “mobilitato la piazza”, o tentato un qualche cambiamento reale degli equilibri per favore: Allende, Moro, Saddam Hussein, Gheddafi, Guevara, Sankara, Panagulis … Tsipras…ma anche quelli che più o meno fortunosamente hanno salvato la testa: Mossadeq, Arbenz, Aristide Janukovyč ecc ecc]
Terzo punto. Impegnarsi a organizzare un audit del debito [l'uovo di Colombo: basta non pagare. Perché nessuno ci ha pensato?]
Quarta misura. Imporre il controllo dei movimenti dei capitali. [una delle cose che si erano definite impossibili!]
Quinta misura. Socializzare il settore finanziario e il settore dell’energia. [Cioè un quasi-comunismo stalinista, così in un colpo solo. Complimenti! Senza contare che non si sa che cosa vorrebbe dire “socializzare”: proprietà statale? E non sarebbe capitalismo di stato? E cosa vuol dire “controllo cittadino? E i contadini no?]
Proposta numero sei: Creazione di una moneta complementare, non convertibile. [Un trucco stupido: chi la emette? Lo stato. Non è “nazionalismo? Credere di aggirare i problemi con i trucchi: incredibile. Ho sentito in un dibattito citare, come “moneta complementare” le am-lire nell'Italia occupata … dagli Am-ericani subito dopo la guerra: bella forza: avevano solo vinto la guerra!]
La settima misura: una riforma radicale della fiscalità. [se si legge la proposta integrale, non vedo la differenza con tutte le altre proposte di “sinistra” - Ferrero è già più radicale: “i soldi ci sono!” - basta distribuirli!]
Ottava misura: De-privatizzazioni. «Ricomprare» le imprese private con un euro simbolico. Così, da questo punto di vista, utilizzare l’euro potrebbe risultare molto simpatico, pagando un euro simbolico a quelli che hanno profittato delle privatizzazioni. E rafforzare ed estendere i servizi pubblici sotto controllo cittadino. [di nuovo niente contadini- ed oplà l'anticapitalismo è fatto. Perché non l'hanno detto subito a Tsipras? Oppure gliel'hanno detto, ma lui no!, non ha voluto farlo Eppure era facile! Eppure era semplice!]
Nona misura: La realizzazione di un vasto piano d’urgenza per la creazione di posti di lavoro socialmente utili e per la giustizia. [Evviva! Mi chiedo sempre di più perché non si sono reiscritti a Rifondazione votando in massa la mozione di Ferrero senza le modifiche proposte da Dino Greco]
Decima misura: Aprire un vero processo costituente. [Giusto fatta una rivoluzione di parole, cosa costa inventare qualche nuova parola e chiamarla “Costituzione”?]

In conclusione: un incredibile pasticcio “firmato da più di 70 personalità attive in numerosi paesi europei”. L'avranno almeno letto?

mercoledì 4 gennaio 2017

"I recenti attentati terroristici e il cambiamento di alleanze e di rapporti di forza in Medio Oriente". Intervento di Domenico Moro

Riporto qui integramente l'intervento di Domenico Moro, purtroppo scritto in un linguaggio completamente comprensibile a tutti, comparso su Controlacrisi.org con il lo stesso titolo che qui sopra ho riprodotto. Questo perché mi evita il faticoso tentativo di dire più o meno le stesse cose che dice Domenico Moro per esprimere il odo con cui anch'io vedo la situazione; tentativo che, d'altra parte, difficilmente una efficacia paragonabile a quella del brano che allego.
Ho ripostato su Facebook il link all'articolo, corredandolo del seguente commento:
Finalmente un abbozzo di ricostruzione degli eventi degli ultimi decenni, con la messa a fuoco puntata sulla Siria, ma con lo sfondo globale ben percepibile, che non va alla ricerca di balzane spiegazioni basate su uno strabismo strutturale, ma che rende solidamente quel che ogni comune mortale può aver ben visto e può ben vedere ogni giorno.
Il guaio è che in certi ambienti se non si parla con alate parole che non vogliono dire nulla si è "out".

Gli attentati terroristici di Capodanno a Istanbul, dove sono state uccise trentanove persone, e del 19 dicembre a Ankara, dove è stato ucciso l’ambasciatore russo Andrey Karlov, e a Berlino, dove sono state uccise dodici persone, per quanto possano essere diversi, hanno qualcosa che li lega. Il collegamento è rappresentato da quanto è accaduto in Siria. Qui, la caduta di Aleppo non ha rappresentato soltanto la caduta della principale città siriana nelle mani del fronte jihadista che combatte il presidente siriano Assad.
Più in generale, rappresenta la sconfitta delle forze jihadiste in Siria, che ora si vendicano nei confronti di chi li aveva appoggiati, cercando di utilizzarli ai propri fini, per poi abbandonarli. Non si tratta di una novità assoluta. L’ex agente dei servizi segreti militari italiani, Nino Arconte, ha rivelato, come ho riportato nel mio libro “La terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico”, che alla radice dell’odio contro gli Usa e l’Europa fu il “tradimento” dei governi occidentali, che avevano utilizzato i fondamentalisti islamici contro i governi laici del Medio-Oriente negli anni ’80.
In realtà, la caduta di Aleppo non segna soltanto la sconfitta strategica del fronte jihadista. La guerra civile si è, sin dall’inizio, trasformata in una miniguerra mondiale. Essa è stata il terreno di scontro tra potenze maggiori, cioè tra Usa e Francia, da una parte, e Russia e, sebbene in modo indiretto, Cina, dall’altra. Inoltre, è stata terreno di scontro tra potenze regionali, cioè tra Iran, da una parte, e Arabia Saudita, Turchia e Qatar, dall’altra. Quindi, la caduta di Aleppo segna la sconfitta di tutti coloro i quali avevano sollecitato o sfruttato le cosiddette primavere arabe per promuovere l’abbattimento dei governi laici del Medio-Oriente, tra i quali quelli di Gheddafi e di Assad.

Infatti, non dobbiamo dimenticare che, se è vero che gli attentati in Europa, quelli di Bruxelles, di Nizza, e di Berlino sono stati organizzati o almeno ispirati dall’Isis, è altrettanto vero che:
a) L’Isis si afferma in Siria, a seguito dello scoppio della guerra civile;
b) La guerra civile in Siria ha il via libera di Usa e Francia, che speravano di cavalcare l’ondata della contestazione per liberarsi di Assad e indebolire la Russia e l’Iran, recuperando spazi strategici e economici;
c) La guerra contro Assad è stata finanziata da stati fondamentalisti come l’Arabia Saudita e il Quatar, che sono alleati di Usa e Europa occidentale. A questi stati arabi e alla loro classe di rentier parassitari gli europei vendono miliardi in armi e permettono la partecipazione al capitale delle proprie maggiori imprese e banche;
d) La guerra contro Assad è stata condotta con il ruolo organizzativo decisivo della Turchia, che ha permesso, fra le altre cose, l’apertura del corridoio tra Siria e Europa attraverso cui sono transitati i foreign fighters europei, tra cui gli autori di attentati come quello a Charlie Hebdo;
e) Le potenze occidentali e arabe hanno appoggiato le formazioni jihadiste, come Al Nustra, già emanazione di Al Quaida, che hanno rapidamente assunto l’egemonia nella lotta contro Assad.
f) Il tutto è stato avallato e coordinato da Hillary Rodham Clinton. Però, a differenza di Gheddafi in Libia, Assad non si è trovato isolato e alla mercé di un ampio fronte di avversari. Con la Libia la Russia e la Cina non posero il veto alla risoluzione Onu, che, sebbene in modo ambiguo, permise le incursioni aeree della Nato contro Gheddafi e fece pendere i rapporti di forze a favore delle formazioni ribelli, anche lì, come si è visto successivamente, egemonizzate dai jihadisti. Con la Siria, la Russia e la Cina non solo hanno chiarito che non ci sarebbe stata alcuna benedizione Onu a un bombardamento occidentale, ma è stata la Russia a intervenire direttamente con la propria aeronautica. Inoltre, la posizione geografica della Siria ha reso possibile l’arrivo di aiuti dal “fronte sciita”, composto da hezbollah libanesi e milizie sciite iraniane e irachene. Dunque, a uscire sconfitti dal conflitto siriano sono gli Usa, in particolare la linea politica di Obama e Clinton in Medio-Oriente, l’Europa occidentale, in particolare la Francia, e le potenze regionali sunnite, Turchia, Arabia Saudita e Qatar.
La linea Obama-Clinton in Medio-Oriente, orientata al regime change e basata su proxy wars combattute da milizie locali, sostanzialmente jihadiste-islamiche, con l’appoggio aereo occidentale, è fallita, come era chiaro già da molto tempo prima della caduta di Aleppo. Le conseguenze principali della sconfitta degli statunitensi e dei loro alleati occidentali e arabi sono tre:
a) Il mutamento delle alleanze in Medio-Oriente. La Turchia, resasi conto della sconfitta e arrivata a un passo da un disastroso scontro militare con i russi, ha fatto una inversione a U sul piano delle alleanze, stringendo un accordo con la Federazione Russa e abbandonando le formazioni jihadiste di cui fino ad allora era stato lo sponsor più diretto. La catena di attentati terroristici che insanguina la Turchia più di altri Paesi è dovuta proprio a tale giravolta. Inoltre, molto probabilmente il tentativo di colpo di stato di luglio, subito abortito, fu una reazione, forse ispirata dagli Usa, degli ufficiali turchi legati alla Nato a questo brusco cambiamento di rotta. Secondo alti ufficiali Usa, oggi tutto il personale militare turco che lavorava stabilmente con la Nato è stato arrestato, con immaginabili conseguenze anche sul piano pratico nei rapporti tra Nato e Forze Armate turche. Non bisogna dimenticare che la Turchia ha, dopo gli Usa, l’esercito più potente della Nato e che copre il decisivo fianco Sud-Est dell’Alleanza. Le scelte turche in termini di alleanze e le conseguenze del fallito colpo di stato indeboliscono gli Usa, la Nato e il loro sistema di alleanze nel Mediterraneo.
b) Il mutamento dei rapporti di forza a livello internazionale. A uscire vincente, almeno fino ad ora, è la Russia. Questa, per la prima volta dalla fine dell’Urss, riacquista un ruolo decisivo a livello internazionale, riuscendo a mettere sotto scacco gli Usa e i loro alleati europei e arabi. La Russia, invece di essere cacciata dal Medio-Oriente, come era nella strategia della Clinton, si è insediata ancora più saldamente nel Mediterraneo, incrinando la compattezza della Nato. Oltre a conservare in Siria la base navale di Latakia e a acquisire in modo permanente quella aerea di Hmeimin, la Russia si è assicurata mediante l’alleanza con la Turchia, non solo il passaggio degli oleodotti dalla Russia verso l’Europa, ma anche il passaggio della flotta della Crimea (decisivo il mantenimento del controllo russo sulla penisola) attraverso il Bosforo. In questo modo si risolve uno dei problemi strategici della Russia, la mancanza di un accesso ai mari caldi, rendendo possibile mantenere operativa la propria flotta anche durante l’inverno che blocca i porti nordici.
c) Il mutamento drastico della linea politica estera e del gruppo dirigente statunitense. Il disastro prodotto da Hillary Clinton come ministro degli esteri soprattutto in Medio-Oriente è una delle cause della sua mancata elezione alla Casa Bianca. Allo stesso tempo, la sconfitta statunitense in Siria e in Medio-Oriente ha contribuito alla vittoria di Trump. Questi, ha basato la sua campagna elettorale, tra le altre cose, sul cambiamento di rotta rispetto alla Russia. Ciò, in parte, rappresenta la registrazione del mutamento dei rapporti di forza usciti dal campo di battaglia, nella consapevolezza che solo con un accordo con la Russia si può uscire dal ginepraio siriano. In parte, però, è la dimostrazione che, alla fin fine, il vero avversario strategico degli Usa è la Cina, unico Paese in grado, in prospettiva, di metterne in discussione l’egemonia mondiale. La Russia ha dimostrato notevoli capacità militari. Inoltre, ha un arsenale nucleare pari a quello degli Usa e possiede vastissime risorse in materie prime. Ma demograficamente, e ancor più economicamente e industrialmente è tutt’altro che un peso massimo, con un Pil nominale al di sotto di quello italiano e un Pil pro-capite quattro/cinque volte inferiore. Evitare che si saldi un blocco russo-cinese, è l’orientamento che, se Trump riuscirà a mantenere i propositi dichiarati fino ad ora, ispirerà la prossima amministrazione statunitense. In tal caso, la linea diplomatica statunitense con la Russia sarebbe una versione rovesciata della strategia adottata nel 1972 dal presidente Nixon con la Cina di Mao. All’epoca Nixon isolò l’Urss dalla Cina, oggi Trump cerca di fare il contrario.
La strategia del presidente Obama, premio Nobel per la pace, si lascia dietro una scia di distruzioni, sangue e caos, come poche altre volte è accaduto nella storia degli ultimi due secoli, quando gli imperialismi avevano come obiettivo quello di organizzare i territori sottomessi. Il regime change obamiano-clintoniano non ha prodotto alcun governo democratico-liberale, ma ha promosso l’ondata di piena del jihadismo, con il suo corollario di lotte settarie tra sciiti e sunniti e brutali massacri, e l’affermazione, nel migliore dei casi, di signori della guerra o di regimi militari. Contrariamente a quanto sostengono alcune fonti, tra cui siti come Open democracy, finanziato da Soros e dalla Fondazione Ford, in Siria non abbiamo assistito a una lotta popolare contro un sanguinario dittatore, secondo lo stereotipo applicato ai personaggi e ai regimi scomodi per l’Occidente. Il carattere della guerra in Siria è passato rapidamente da guerra civile a guerra di aggressione dall’esterno. Ciò è avvenuto perché i Paesi occidentali e i loro alleati arabi hanno dato inizio alla lotta per rovesciare il governo siriano, mediante milizie provenienti dall’esterno del Paese. Nessuna meraviglia che il governo siriano, messo alle strette, abbia accettato e sollecitato l’aiuto russo e degli altri Paesi del fronte sciita.
In ogni caso, sarebbe bene evitare, da una parte, di subordinarsi a una logica di neutralismo, astrattamente al di sopra delle parti, e, dall’altra parte, a una logica di schieramento acritico, che tenga conto soltanto dei rapporti di forza militari. Il governo Assad ha combattuto una guerra il cui carattere prevalente, anche se non esclusivo, è quello di guerra di aggressione dall’esterno. La Federazione russa ha bloccato l’aggressività dell’imperialismo occidentale, per la prima volta dalla fine dell’Urss, e sconfitto Isis e jihadisti. Ma la Russia di oggi non è l’Urss. L’evoluzione dei rapporti di produzione capitalistici in Russia non è assimilabile a quella registrata negli Usa e che li spinge a un ruolo espansivo e aggressivo. Rimane, però, il fatto che oggi la Russia è un Paese capitalista, fondato su una classe di oligopolisti, che si muove in base ai suoi interessi economici e geostrategici.
Il punto principale su cui focalizzarsi è, quindi, un altro: la ricostruzione di una sinistra con un punto di vista autonomo in Medio-Oriente. Qui, la sinistra è stata ridotta ai minimi termini da tre fattori. Il primo è rappresentato dalla crisi agricola, dovuta principalmente all’inserimento nel mercato capitalistico mondiale, e dal processo di urbanizzazione troppo rapido e massiccio. Il secondo è l’abbandono da parte dei regimi laici populistici di politiche socialisticheggianti per aderire alle indicazioni neoliberiste del Fmi e dei Paesi capitalistici avanzati. Fatto questo che li ha portati a tramutarsi spesso in regimi burocratico-autoritari. Il terzo è l’emergere del radicalismo islamico che si è affermato sia per l’appoggio dell’imperialismo occidentale e di alcuni regimi autoritari, sia per la capacità, grazie ai fondi delle petromonarchie reazionarie arabe, di offrire agli ex contadini inurbati un welfare che lo stato non era in grado di offrire. I radicali islamici, in particolare quelli di orientamento jihadista, sono stati l’arma usata per schiacciare la sinistra, indebolita dai suoi errori e dalla crisi e poi dal crollo dell’Urss. Nello specifico la Siria è stata travolta dalla imponente crescita demografica, dalla siccità, durata dal 2006 al 2011, dalla crisi agricola e dall’esodo massiccio dei contadini nelle città. Inoltre, la Siria di Assad ha praticato la politica più aperta tra gli stati dell’area verso chi era in fuga dalla guerra, accogliendo, oltre a mezzo milione di palestinesi, circa 1,5 milioni di iracheni. In proporzione, è come se in Francia ci fosse una guerra e sette-otto milioni di francesi si rifugiassero in Italia, considerando, in aggiunta, che le condizioni economiche della Siria non sono neanche lontanamente paragonabili a quelle di un Paese avanzato e industrializzato come l’Italia. Possiamo dire che la guerra in Siria è stata l’ultimo effetto del domino iniziato con l’invasione dell’Iraq nel 2003 da parte degli Usa e proseguito negli anni successivi con il contributo degli europei occidentali.
È evidente, quindi, che senza la sconfitta militare del jihadismo e delle componenti del radicalismo islamico fanaticamente avverse a qualsiasi accordo con le forze laiche non si può parlare di ricostruzione di un movimento popolare o di rinascita della sinistra. Inoltre, la sconfitta del jihadismo passa per la sconfitta dei suoi sponsor internazionali più o meno diretti. La lotta, però, non può essere svolta solamente sul piano militare, in quanto per le ragioni suddette, la riuscita della battaglia contro il jihadismo e l’imperialismo richiede la capacità di offrire soluzioni economiche, politiche e sociali accettabili alle masse impoverite del Medio-Oriente alle prese con le conseguenze non solo dei cambiamenti climatici, ma soprattutto con la globalizzazione capitalistica. A questo proposito, è evidente che una tale lotta deve avere un appoggio all’interno del centro del sistema capitalistico mondiale, che è determinante sui processi economici e politici che hanno un impatto così devastante sul Medio-Oriente. Di conseguenza, anche la sinistra europea occidentale è direttamente chiamata in causa. Non si tratta, però, soltanto di offrire una solidarietà umanitaria o di manifestare per la pace. La lotta per la pace e per la stabilizzazione del Medio-Oriente passa soprattutto per la critica alla collusione degli stati europei con le petromonarchie arabe, a una alleanza militare occidentale, la Nato, che dopo la fine dell’Urss non ha più alcuna ragione di esistere, e, infine, all’Europa capitalistica nel suo assetto attuale. Passa, quindi, per la critica di quei processi di integrazione economica e valutaria che, accentuando la contrazione della base produttiva e della domanda interna, spingono i Paesi europei a espandersi all’estero e a controllare aggressivamente i mercati e le fonti energetiche del Medio-Oriente

lunedì 26 dicembre 2016

Aleppo: né con Assad, né con gli jihadisti - Il dilemma del "leftist" (i sinistristi)

Immagine ripresa da  contropiano.org
Un passo avanti e due indietro
Sotto Natale Felice Mometti, noto attivista d'avanguardia del piccolo mondo della quiescente ex sinistra rivoluzionaria bresciana, ma da sempre proiettato a livello nazionale, e poi internazionale, e poi ancora nel centro dell'Impero, è intervenuto sulla mailing list bresciana "movimenti" con un post dal titolo un po' pilatesco "Aleppo: né con Assad, né con gli jihadisti", che ho ripreso in parte nel titolare questo mio post.
Mometti era un tempo militante della Lega Comunista Rivoluzionaria e delle successive vicende di questa organizzazione e relative relazioni con la Quarta internazionale Trotzkista, ma da tempo non si dichiara più trotzkista, e, anche recentemente, ha dichiarato di non capire più la funzione della Quarta Internazionale. In questo post, dopo una brevissima presentazione, non faceva altro che inserire un collegamento ad un articolo comparso su dinamopress.it. Avendo il vizio di non evitare le sostanze che possono nuocere gravemente alla salute, ho seguito il link ed ho letto il relativo articolo. Poi, da ficcanaso confesso, a fine corsa sono andato a vedere che sito sia. Sono bravi ragazzi, che dichiarano apertamente le loro intenzioni e la loro strategia, che chiamerei "wuming-ista", ultramovimentista, generatrice di quelle onde che "benchè apparisca qualche dimostrazione di movimento, l’acqua non si parte dal suo sito", come notava Leonardo da Vinci un po' di secoli fa; e come possiamo ben vedere noi, dopo decenni di questi tipi di "movimento": se qualche movimento reale c'è stato, e non solo apparente, è stato comunque e sempre a ritroso.
Dinamopress, a sua volta non faceva altro che tradurre in buon italiano un articolo di tale Dilan Dirik, apparso sul profilo Facebook di quest'ultima, un articolo gentilmente, ma malamente tradotto dall'inglese all'italiano dal traduttore automatico di Facebook, articolo che vanta a tutt'oggi, 26 dicembre 2016, 478 "mi piace" e 314 condivisioni.
Dinamopress produceva l'energia necessaria per fare una nuova traduzione, ma io preferisco la mia:
Si dice che la prima vittima della guerra sia sempre la verità. È proprio vero, specialmente se si guarda alla propaganda proveniente da ogni parte, in seguito alla caduta di Aleppo, che non è altro che un nuovo episodio dell'ordalia (del supplizio) che è stata la guerra in Siria in questi anni.
Sono disgustata dalla semplificazione delle posizioni, dal dogmatismo delle idee, e, in alcuni casi, dalla completa mancanza di decenza morale nelle analisi e pseudo-analisi di ciò che è attualmente in corso ad Aleppo e in Siria, e nel Medio Oriente in generale. Si deve ammettere che l'intera guerra è stata piena zeppa di propaganda, di menzogne, e di verità fabbricate, ma ciò che varie persone senza alcuna connessione con il territorio stanno sparando fuori dalle loro poltrone pseudo-rivoluzionarie è pazzescamente grottesco e spregevole. Alcune di loro stanno coltivando fantasie di interventi imperialistici, altre si stanno apertamente congratulando con il sanguinario regime di Assad e negano i suoi crimini di guerra, alcune agiscono come se i ribelli fossero una armata di angeli ai quali riservare un sostegno entusiasticamente demente, alcuni dicono solo che non c'è da porci mente e lasciano che per i milioni di civili colpiti da questa guerra non resti akcuna speranza. Qui non sto parlando dei media dominanti, ma di gente di sinistra! Troppe affermazioni immorali sono state fatte, ma in questo momento particolare colpisce in modo specialmente violento  vedere quante persone “illuminate”, “progressiste”, negano con veemenza il bagno di sangue causato da Assad e dall'esercito siriano rappresentandolo come un male minore; ma se fossero loro tra quelli che hanno perduto l'intera famiglia per questo dittatore fascista?! Allo stesso modo, dove erano tutte le persone che ora si mobilitano per Aleppo, quando, nel distretto di Sheikh Maqsoud a maggioranza curda, i ribelli stavano usando sui civili armi condannate a livello internazionale? Costoro o vivono in un mondo di fantasia o non hanno rispetto per l'umanità.
E mai che qualcuno ci abbia mai detto che È POSSIBILE avere sulle cose un cacchio di punto di vista realistico, complesso, moralmente sostenibile, da parte di una persona che è attiva, riflessiva, leale, onesta e mentalmente aperta, il cui obiettivo non è “avere ragione”, ma giustizia e libertà per questo paese e città in guerra, rispettando anche le voci dinamiche provenienti dalla Siria stessa? Voi non avete bisogno di avere una posizione perfettamente impeccabile, semplicemente perché in questa guerra questa opzione non è realistica, a meno che non decidiate che non vi sporcherete mai le mani, e non vi appoggiate allo schienale a godervi lo spargimento di sangue.
Questo significa che voi potete essere anti-Assad senza essere un apologeta di altre forme di fascismo, che si tratti di uno stato o no. Voi potete essere per la rivoluzione senza pretendere che tutti i ribelli siano innocenti difensori dei diritti umani. Voi potete capire che l'iniziale atmosfera rivoluzionaria è stata deviata in seguito dagli jihadisti, dalle potenze regionali e dalle dinamiche internazionali, senza cadere nella narrazione di Assad che non è mai esistita una vera opposizione. Potrete riconoscere che anti-imperialismo significa essere contro tutti gli imperialisti, non solo contro quello che voi odiate di più.
Voi potete sostenere il Rojava, senza odiare i rivoluzionari siriani negando la loro esistenza. Voi potete supportare i rivoluzionari siriani  sinceramente democratici, anche se essi non hanno un progetto organico, come in Rojava, o abbastanza donne o idee radicalmente di sinistra nelle loro strutture. Voi potete simpatizzare per lo scetticismo arabo sul Rojava, pur essendo pienamente coscienti dell'eredità storica del razzismo sistematico e del fanatismo nazionale contro i curdi in Siria. Voi potete dare supporto ai rifugiati, senza ignorare le dimensioni economiche e le condizioni che consentono ad alcuni e non ad altri di partire. Voi potete arringare contro la guerra, gli interventi e il commercio delle armi, e tuttavia riconoscere che l'auto-difesa e la lotta armata per la sopravvivenza sono realtà innegabili – vedi Kobane. Voi potete odiare visceralmente l'ISIS, senza essere un razzista o un islamofobo. Voi potete combattere l'islamofobia, senza ridurre al silenzio la gente del Medio Oriente, specialmente i non musulmani, che sono critici o perfino in lotta contro l'Islam. E così via.
Ma quel che è peggio, voi potete essere un commentatore online rincoglionito, incapace, auto-compiaciuto, disorganizzato in tutti i sensi, che non ha nulla da perdere quando spara merda per suscitare divisioni ed ostilità sempre maggiori! Basta con le vostre analisi politiche che sono prive di etica e di decenza umane! Gente come voi sono la causa per cui questo mondo si sta trasformando nell'inferno in terra!
Libertà per il Rojava – Libertà per la Siria libera, democratica, multiculturale!
Che dire? Una vera boccata d'aria fresca! Finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire in faccia le cose come stanno!  E di mandare a quel paese tutti gli ipocriti di questo mondo!
Ma poi, almeno a me che sono notoriamente un ruminante, comincia a venire una strana sensazione. Come mai, dopo un po', quel che mi rimane in mente di tutto l'articolo è solo il fatto che la colpa di tutto è di quel fascista di Assad? Come mai, dopo tante invettive, l'unico tarlo del pensiero è Assad che impedisce il fiorire della Siria libera, democratica, multiculturale?
Allora si rilegge e si nota che tutte le invettive sono rimaste anonime; e che dunque tutti, e chiunque può emotivamente condividerle, magari appartenendo ad una delle categorie così ferocemente frustate con insulti veementi. Persino per i curdi bombardati ad Aleppo, e NON da Assad, si cita per nome il quartiere a maggioranza curda vittima dei mortai dei ribelli, MA NON il nome delle "milizie rivoluzionarie" che hanno operato il bombardamento con mortai. Oh!, quante volte le varie televisioni hanno nominato i bombardamenti con mortai e le relative vittime, inserendo la notizia in un discorso nel quale anche questo bombardamento veniva attribuito automaticamente dall'ascoltatore ad Assad. Attenzione: non veniva DETTO che era stato Assad, ma, giocando abilmente sulle leggi dell'associazione, la notizia era cucinata in modo che l'attribuzione della strage ad Assad fosse in qualche modo automatica.
E allora il dubbio si insinua . E allora si vanno a vedere le carte. E si scopre facilmente che l'autrice dell'articolo, Dilar Dirik, è una ricercatrice che lavora all'università di Cambridge. Un sobbalzo. Ma mi pare proprio di aver già sentito questo nome: "università di Cambridge". Non è quell'università dove docenti amici dei Fratelli Musulmani avevano mandato Regeni a morire in Egitto? E dove gli stessi docenti, gli unici che potessero fornire una pista degna di questo nome per scoprire la tanto invocata "Verità per Giulio" si erano rifiutati di parlare con gli investigatori italiani?
E allora, a posteriori" come sempre, si fa strada l'idea che tutto l'articolo abbia l'apparenza di un grande spot a favore della verità e contro la propaganda; ma che sia professionalmente manifatturato per andare a battere dove tutti sono d'accordo. Cioè di fare di Assad il novello Hitler, il mostro da sterminare, magari facendolo trovare morto dentro una fogna, questa volta. Come già fatto con Milosovic, con Saddam Hussein, con Gheddafi. E come sarebbe già stato fatto da gran tempo con Assad, se non fosse intervenuta la Russia, la quale è in prima persona messa in pericolo dalla insorgenza Jihadista. Anzi, che è stata la prima a farne gli assaggi, già dal tempo dell'Afganistan, e poi della Cecenia, e poi del Dagestan eccetera eccetera. E invece, nella fogna, o meglio in un bunker, o forse solo in un seminterrato, per ora sarebbero stati trovati gli ufficiali dell'apparato militare occidentale e dei suoi alleati.
Ma guarda un po' dove va a nascondersi il diavolo! Una prova? L'analisi particolareggiata dell'articolo sarebbe noiosamente illeggibile. Per capire tutto basta il passaggio, posto all'inizio come viatico, dove si parla della propaganda "proveniente da ogni parte" «a seguito della caduta di Aleppo» [«following the fall of Aleppo» nel testo originale]. Quindi per Dilar Dirik Aleppo, finché è stata nelle mani degli Jihadisti criminali era "in piedi", ed è "caduta" solo dopo che c'è entrato l'esercito siriano. Non male per chi sta urlando a favore della verità e contro la propaganda. Del resto Dilar Dirik è in perfetta sintonia con il Sole24ore: «Le ultime ore di Aleppo, caduta e morte di una città».
Per prendere esempio da uno dei molti passaggi apprezzabili del suo articolo, e parlando a nome mio, dico che si può essere per la verità, senza confondersi con i cannibali dell'Occidente. Il resto alla prossima puntata.